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Smettila Di Reprimere Tuo Figlio.

 Ho deciso di parlarvi di un libro dal titolo avvastanza provocarorio, ma che ho trovato davvero utile per noi genitori. Si tratta di “Smettila di reprimere tuo figlio”, libro scritto da Roberta Cavallo e Antonio Panarese, formatori specializzati nell’infanzia secondo natura, consulenti genitoriali e fondatori di BIMBIVERI, la società per la crescita felice dei bambini secondo natura.

Dopo essersi formati presso la scuola di formazione L’Oasi Naturale” di Angela Pedicone, infermiera pediatrica, naturopata e ideatrice del metodo “Puericoltura naturopatica”, gli autori hanno deciso di portare avanti i suoi insegnamenti e attività, ispirandosi soprattutto alla sua grande dote di “leggere dentro” i bambini e gli adolescenti e di risolvere le difficili situazioni che le sottoponevano le mamme. Hanno cosi gestito per 5 anni, a partire dal 2008, un centro residenziale con bambini in affido famigliare, collaborando con i servizi sociali. Dopo la morte di Angela gli autori, visti i risultati positivi raggiunti, hanno fondato “Bimbiveri” e hanno creato la “Mappa per la Crescita Felice”, onde fornire tutti gli strumenti per crescere un bambino nella serenità e nella gioia.

“Smettila di reprimere tuo figlio” si propone come guida per noi genitori, in quanto intende aiutarci ad attivare una consapevolezza naturale e innata e fornirci informazioni utili per la gestione delle difficoltà nella crescita dei nostri figli.

Trovo che la straordinarietà del libro stia nelle premesse teoriche che sono alla base dei consigli forniti dagli autori.
Nel rivolgersi a noi genitori, Antonio e Roberta contattano prima di tutto quella parte bambina di noi che, nonostante l’età adulta, forse non é mai cresciuta o é cresciuta male e chiede cancora attenzione, protezione e amore, magari attraverso la malattia, l’ansia, la rabbia, la depressione, la frustrazione…
Tutti siamo venuti al mondo con una sola richiesta: “Tutto quello che i bambini chiedono una volta venuti al mondo è di essere amati, e di essere amati per quello che sono”. [cit]
Ognuno di noi nasce perfetto a modo suo, amabile e speciale. Ma quasi sempre succede che la parte bambina di quelli che si dovrebbero occupare di noi, purtroppo, a suo tempo, non fu amata incondizionatamente. Cosi accade che a nostra volta cadiamo nella trappola del “devi essere/non devi essere”, perpetuando un circolo vizioso che si ripete di generazione in generazione. Per spezzarlo abbiamo bisogno di ricontattare la nostra parte bambina e far pace con lei.
Imparare ad amare noi stessi, smettere di reprimere noi stessi, è dunque il primo passo per poter donare amore incondizionato ai nostri bambini e non “reprimerli”.
Fai di tutto per essere felice, risolvi i conflitti con il passato, amati e realizza te stesso. L’apatia, la rabbia, il rancore sono contagiosi. Tuo figlio ti osserva e ti imita o comunque, anche senza volerlo, assorbe i tuoi atteggiamenti e le tue ferite. Se vuoi che sia davvero felice, iniziare da te è il modo più semplice. [cit]”

Obiettivo del libro è farci capire che dobbiamo imparare a osservare e ascoltare i nostri bambini perché solo loro possono dirci quello di cui hanno bisogno. Mediante la spiegazione delle tre fasi di crescita attraverso le quali passano i bambini da 0 fino a 21 anni, il libro fornisce chiarimenti e consigli pratici su come gestire, accogliere e vivere le varie fasi nel modo meno traumatico possibile.

Molto interessante anche l’analisi del rapporto con il cibo. Il libro illustra come uno stile di vita sano, un’alimentazione equilibrata siano necessari per l’armonia e la crescita serena del bambino e della famiglia. Come bevande gasate, merendine industriali, consumo di latte latticini carne, una vita sedentaria influiscano inevitabilmente sullo sviluppo psico-fisico dei nostri bambini. Vengono anche elencati i 9 falsi miti dell’alimentazione, tra i quali il fatto che il latte di mucca sia fondamentale per la crescita.

In conclusione, data anche la presentazione di molti casi pratici, reputo che il libro sia una fonte preziosa per noi genitori alle prese con l’arduo compito e desiderio quotidiani di realizzare la Crescita Felice dei nostri figli.

A questo link potete leggere le prime 40 pagine del libro:
http://www.anptraining.net/smettila-di-reprimere-tuo-figlio/

Il sito degli autori:
http://www.bimbiveri.it/smettila-di-reprimere-tuo-figlio-bestseller/

La pagina FB di Bimbiveri:
https://www.facebook.com/bimbiveri

Il canale Youtube di Bimbiveri:
https://www.youtube.com/user/Bimbiveri?feature=watch

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“Genitori si diventa”, programma radiofonico dedicato ai genitori, ospita Mamme Super

  

 

Care Mamme e cari Papà, oggi essere genitori non è più solo una questione di istinto…è chiaro ormai quanto informarsi e “istruirsi” su come si possa vivere al meglio il rapporto con i nostri figli sia di fondamentale importanza. Ecco che un contributo  in tal senso ce lo fornisce un interessante programma radiofonico dedicato a noi aspiranti genitori Super.


Sto parlando di #genitorisidiventa, il programma di Radio Cusano Campus dedicato alla genitorialità a tutto tondo: pedagogia, psicologia, libri, eventi ed associazioni per raccontare ogni giorno l’universo di figli e genitori.


Lunedì 27 aprile il programma ospiterà in diretta Mamme Super! Parleremo del nostro progetto, di com’è nata l’idea di Mamme Super e di altri argomenti trattati nel nostro blog.


L’appuntamento è alle 11.00 in diretta, dal lunedì al venerdìsugli 89,100 oppure in streaming sul sito www.radiocusanocampus.it

 

Radio Cusano Campus è la radio dell’Università Niccolò Cusano. 

 

  

Mamma! Quando te ne vai, salutami!

Ho sempre sostenuto questa teoria. Essere autentici con i propri figli, dir loro la verità sin da quando sono piccoli….

Quando sono rientrata al lavoro mentre mio figlio aveva pochi mesi, ogni volta i primi tempi era dura salutarlo e vederlo piangere disperato…ma poi, giorno dopo giorno, ha accettato sempre più facilmente questa separazione fino a salutarmi con un sorriso….

Ecco perché condivido volentieri questo articolo.

Mamma! Quando te ne vai, salutami!.

Come rimproverare un bambino nel modo giusto

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Rimproverare un bambino ha le sue difficoltà e controversie, ma è indispensabile per poter disciplinare alcuni suoi comportamenti, spesso difficili da gestire o da tollerare.

Per rimproverare un bambino non è necessario tanto tempo, ma è sufficiente un minuto al momento del fatto e riferito unicamente a quella situazione.

Secondo Gerard E. Nelson, uno psichiatra infantile americano, il metodo The one minute scolding (La sgridata di un minuto) si rivela valido in diversi contesti per migliorare il rapporto tra il bambino e l’adulto.

L’attenzione è, infatti, limitata nel tempo: il bambino non ha una chiara definizione spazio-temporale ed è quindi difficile per lui risalire ad eventi precedenti.

Lo stile adottato dal genitore, comunque, è utile allo sviluppo equilibrato del bambino e della sua autostima. Un comportamento autorevole con caratteristiche di fiducia, rassicurazione e cooperazione permette di sviluppare nel bambino l’attività, la creatività, un buon adattamento sociale, una aggressività moderata e funzionale alla autorealizzazione, una buona autostima e senza alcune costrizione alle regole (Maccobin et al. 1983).

È quindi fondamentale:

non biasimare un bambino in presenza di altri, ma farlo in intimità poiché umiliarlo in pubblico comporterebbe mortificare la sua autostima ed il suo senso di competenza. Di contro, un bambino avvilito diviene trasgressivo e prepotente.

motivare il rimprovero sulle possibili conseguenze delle sue azioni e spiegando che il richiamo è rivolto al suo comportamento e non alla persona.
In questo modo continuerà a sentirsi amato.

Elementi indispensabili per educare un bambino:

1. La coerenza. È necessario esercitare regole coerenti tra loro ed avere aspettative realistiche come genitore non solo in privato ma anche in pubblico. (La singola eccezione potrà divenire una possibilità anche per altre situazioni: per es. comprargli un gelato prima di cena o un giocattolo nonostante ne abbia già avuto un altro).

2. I genitori dovranno mostrarsi uniti nella comunicazione e nella attuazione delle regole. Diversamente, il bambino preferirà un genitore all’altro per soddisfare i suoi capricci e potrà generare disguidi all’interno della coppia.

3. Essere rispettosi nei confronti del proprio figlio. Anche lui ha dei bisogni e dei desideri come essere umano e pertanto non è perfetto. Prendere sul serio le sue richieste, anche se non soddisfatte, è un buon modo per rispettarlo. Le offese (“ti sembra una cosa intelligente da fare”, “sei stupido”) tendono a infierire sulla sua autostima e ciò comporterebbe una mancanza di considerazione nei suoi confronti.

4. Insegnare metodi di disciplina positivi. Aiutarlo a comprendere i suoi comportamenti inappropriati e ad evitarli in futuro. Sedersi accanto a lui e discutere sul perché è successo. In questo modo si potrà cercare insieme una soluzione.

5. Ricompensare il bambino quando si è comportato bene rinforza l’atteggiamento positivo ed il rispetto delle regole educative.

La comunicazione è quindi di gran lunga preferita alla sculacciata o al castigo considerati ormai dei metodi storici di educazione infantile

“Un bambino quando viene al mondo,
non ha né un passato né esperienze
da cui trarre indicazioni per gestire se stesso,
nessuna scala grazie a cui giudicare le sue capacità.
Deve basarsi sulle esperienze che ha con le persone che gli stanno intorno
e sui messaggi che esse gli inviano riguardo al suo valore come persona” (Satir, 1972).

Fonte: http://www.pianetamamma.it

Come insegnare ai bambini a condividere ed essere gentili e altruisti

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E’ importante che i più piccoli vengano indirizzati verso comportamenti altruistici da chi è più grande di loro. Soltanto attraverso l’esempio e il gioco tra genitori e figli e tra bambini tra di loro è possibile insegnare la gentilezza, l’educazione e la condivisione ai bambini.

Come fare allora visto che i più piccoli, per loro natura, tendono ad essere molto egoisti, soprattutto nella fase prescolare in cui tutto “è mio”?

Di solito, infatti, i bambini intorno ai tre anni, tendono ad essere molto egoisti nei confronti degli altri poichè il loro sviluppo cognitivo è maturo per comprendere il concetto di proprietà. La mamma “è mia”, il gioco del compagno “è mio”, la pappa “è mia”. Ed è in quel momento che si spiega ai bimbi che non tutto “è mio”. Proprio in quel momento però, bisogna aiutare i piccoli ad essere altruisti e a capire quanto sia importante la condivisione con gli altri.

Innanzitutto bisogna che siano gli adulti a dare l’esempio. Poi si può provare con i giochi giusti.

Ci sono infatti alcuni giochi che possiamo proporre ai nostri bambini per insegnare loro ad essere gentili con i fratellini e le sorelline, con i compagni di classe e con gli altri in generale.

Vediamo quali sono:

IL GIOCO DEL DUE – Questo gioco è particolarmente indicato nel caso ci siano sorelline o fratellini in casa. Ogni volta che il bimbo chiede un biscotto o un gioco, bisogna dargliene due, uno per se stesso e uno per la sorella/fratello. In questo modo sarà spontaneo per lui condividere le sue cose con gli altri membri della famiglia.

SCAMBIARE I GIOCHI – Questa strategia è molto utilizzata a scuola, quando i bambini giocano con oggetti che sono in dotazione per tutti e non sono di proprietà. Quando due piccini si contendono lo stesso gioco, si utilizza la teoria del compromesso per evitare litigi: si invita il bambino che vuole togliere il giocattolo al momentaneo fruitore a prendere un altra cosa, ugualmente bella, da offrire in cambio. In questo modo, invece di strappare di mano gli oggetti, i bambini imparano a fare proposte o ad aspettare il proprio turno.

Fonte: http://www.nonsprecare.it

Non ci sono sculacciate buone.

Di Alice Miller

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Perché le sculacciate, gli schiaffi ed anche le percosse apparentemente innocue come gli schiaffi sulle mani d’un bambino sono pericolosi?
1. Insegnano loro la violenza, con l’esempio che ne danno;
2. Distruggono la certezza infallibile d’essere amato, cosa di cui il bambino ha bisogno;
3. Creano un’angoscia: quella dell’attesa delle prossime percosse;
4. Sono portatrici d’una menzogna: pretendono di essere educative quando in realtà servono ai genitori per sfogare la loro rabbia; essi picchiano i loro bambini perché sono stati essi stessi picchiati nella loro infanzia;
5. Incitano alla rabbia e ad un desiderio di vendetta che non verranno espressi nell’infanzia ma si esprimeranno nell’età adulta;
6. Predispongono il bambino ad accettare argomentazioni illogiche (“io ti faccio male per il tuo bene”) e le imprimono nel suo corpo;
7. Distruggono la sensibilità e la compassione verso gli altri e verso sé e limitano così le capacità di conoscenza.

Che cosa impara il bambino dalle sculacciate e dalle altre percosse?
1. Che il bambino non merita il rispetto;
2. Che si può apprendere il bene attraverso una punizione; questo è falso, in verità insegniamo al bambino solo il desiderio di punire;
3. Che non bisogna sentire la sofferenza, che è necessario ignorarla; questo è pericoloso per il sistema immunitario;
4. Che la violenza fa parte dell’amore; questa lezione incita alla perversione;
5. Che la negazione delle emozioni è salubre; ma è il corpo che paga il prezzo per quest’errore, spesso molto più tardi nella vita;
6. Che non bisogna difendersi prima dell’età adulta.

E’ il corpo che conserva la memoria di tutte le tracce nocive delle supposte “buone sculacciate”.
Come scarichiamo la rabbia inascoltata?
Durante l’infanzia e l’adolescenza:
1. Perseguitando i più deboli.
2. Aggredendo i propri amici e compagni.
3. Umiliando le ragazze.
4. Attaccando gli insegnanti.
5. Vivendo le emozioni vietate dinanzi alla televisione o attraverso i videogiochi, identificandosi con eroi violenti. (I bambini non picchiati dimostrano meno interesse per gli spettacoli violenti e crudeli e non produrranno film atroci, una volta diventati adulti).

Quali sono le conseguenze nell’età adulta?
1. Si perpetuano le percosse, apparentemente come un mezzo educativo efficace, senza rendersi conto che in verità ci si vendica della propria sofferenza sulla generazione successiva.
2. Ci si rifiuta, o non si è capaci, di comprendere le relazioni tra la violenza subita precedentemente e quella ripetuta attivamente oggi. Si conserva così l’ignoranza della società.
3. Ci si impegna in attività violente.
4. Ci si lascia influenzare facilmente dai discorsi politici che ci indicano capri espiatori nei confronti della violenza che abbiamo interiorizzato e di cui ci possiamo finalmente sbarazzare senza essere puniti: razze “impure”, etnie da “ripulire”, minoranze sociali disprezzate.
5. Perché chi ha obbedito alla violenza da bambino, è pronto ad obbedire nuovamente a qualsiasi autorità che gli ricordi l’autorità dei genitori, come i tedeschi hanno obbedito a Hitler, i russi a Stalin, i serbi a Milosevic.
Per contro, si può prendere coscienza della rimozione, provare a comprendere come la violenza si trasmetta dai genitori ai bambini, e si può smettere di picchiare i bambini indipendentemente dalla loro età.
Si può farlo immediatamente quando si comprende che le sole vere ragioni per dare “botte educative” si nascondono nella storia rimossa dei genitori.
© Alice Miller

La dott.ssa Rossana Pierri, psicologa, mi ha inviato un riassunto eccezionale del pensiero della psicoanalista controcorrente Alice Miller, che prese coscienza, attorno ai 50 anni, della sua infanzia e dei maltrattamenti subiti, che non aveva avuto il coraggio, fino ad allora, di raccontarsi.

Alice Miller ha scritto libri che hanno toccato il cuore di milioni di persone, aiutandole a riscoprire le ferite nascoste, e a ribellarsi ad un malessere che spesso viene espresso sottoforma di sintomi somatici e di depressione, ma che trae origine nei primi anni di vita.
Alice Miller ha parlato della possibilità di trovare un testimone consapevole, una persona consapevole della propria infanzia, schierata dalla parte del paziente, che aiuti le persone a conoscere la propria verità, alla ricerca del proprio Vero Sé.

Dott.ssa Rossana Pierri
Psicoterapeuta presso il Centro di Psicoterapia a costo sociale
“Il terapeuta consapevole”
Via Salita Arenella 43
Napoli

Sondaggio – dove lascerei mio figlio piccolo mentre lavoro?

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Se potessi immaginare una struttura che si prende cura di tuo figlio mentre tu lavori o ti dedichi ad altre attività, quali caratteristiche dovrebbe avere?

Come insegnare ai nostri figli ad essere se stessi prendendoci cura di noi.

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Pediatri e psicoanalisti del calibro di Winnincott, ci spiega la dott.ssa F. Fusiello, psicologa e psicoterapeuta, hanno sottolineato l’importanza per il bambino di sviluppare il Vero Sé e cioè la capacità di essere se stesso. Un rischio grande, infatti, deriva da quelle “relazioni di debito” in cui si dà ai figli il mandato di essere e fare ciò che i genitori vorrebbero o che non sono riusciti a realizzare per se stessi. Questo è un rischio molto grosso, perché porta nel bambino ad una confusione e talvolta anche ad un conflitto tra ciò che lui vuole e ciò che i suoi genitori vorrebbero che lui/lei fosse. Ciò può sviluppare insicurezza, ansia e senso di inadeguatezza che divengono dei compagni di viaggio per la vita.
E’ importante allora attuare un lavoro di prevenzione a partire dai genitori che, in particolar modo, hanno un ruolo fondamentale nel poter aiutare i loro figli a credere in se stessi e nelle loro capacità. Se si comincerà ad imparare ad ascoltare se stessi, i propri sogni, bisogni ed emozioni, si potrà trasmettere loro questa preziosa eredità conquistata.
Il miglior modo per prevenire disagi e malesseri è cominciare a prendersi cura di sé.
Molto spesso la routine di ogni giorno, il lavoro, lo stress, la gestione dei figli e della casa ci rendono disattenti a noi stessi. A volte capita che il nostro corpo si ammali nella speranza di ricevere l’ascolto che il nostro Sé interiore ci sta invitando a sentire.
Sì, perché il corpo parla e parla di noi. Molti studi evidenziano la connessione esistente tra la psiche e il corpo e si sta dando sempre più importanza a questo rapporto nella cura delle malattie, ma soprattutto nell’intento di prevenirle.
Dare ascolto a se stessi è il primo passo per prendersi cura di sé.
La cura di Sé, infatti, non può partire dal momento in cui ci si ammala o si presentano disturbi psicologici, ma deve sempre essere presente, perché, solo in tal modo, sarà possibile favorire una migliore qualità della vita a prescindere dagli eventi stressanti che si dovranno affrontare.
Questo è vero, poiché, se l’individuo ha cura di Sé e delle sue relazioni importanti si troverà più preparato per fare fronte alle situazioni problematiche che incontrerà nel suo cammino di vita, perché avrà con sé un bagaglio ricco di risorse positive che ha acquisito con costanza nel tempo.
Ma cosa significa realmente “aver cura di sé”?
Significa fermarsi a sentire la nostra essenza, prendersi un tempo per sé e per amarsi. Ciò alimenta innanzitutto la nostra autostima, importantissima per darci la carica giusta nell’affrontare la vita e i rapporti con gli altri con armonia. Il concetto di autostima, infatti, incide notevolmente sul senso di soddisfazione di vita dell’individuo.
Per iniziare un percorso verso la cura di sé bisogna innanzitutto cominciare a vedere oltre la sofferenza, aprirsi alla novità, per scoprire non solo il diverso che è negli altri, ma anche in se stessi.
Erich Fromm, nell’”Arte di amare”, spiega quanto l’amore vero parta dalla capacità di amare se stessi che spesso invece è erroneamente intesa come egoismo. Una donna che sa prendersi cura di se stessa, ad esempio, dedicando del tempo a sé e al suo rapporto di coppia potrà sicuramente essere una madre migliore, perché avrà ricevuto dentro di sé l’energia giusta per dedicarsi all’altro con amore e non più a malincuore o con oppressione. Ciò aiuta a sentirsi autentici in ciò che si fa, perché si è presenti a se stessi, non si compiono più le cose per dovere, ma perché si è scelto di compierle.
La cura di sé è un valore da insegnare, perché i figli imparino ad avere fiducia nelle proprie capacità e si riconoscano il loro giusto valore che li aiuti a compiere scelte sane che vanno nella direzione dello sviluppo del proprio Vero Sé interiore.

Dott.ssa Francesca Fusiello, Psicologa e Psicoterapeuta,
• via San Giacomo Dei Capri, 63 Vomero
• corso Italia, 32 Marano (Na)
Per info e appuntamenti: 3207906043
dott.ssafusiello@hotmail.com

Riciclare con creatività: secondo appuntamento con i “riciclattoli” di Paola

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Oggi siamo al secondo appuntamento con i lavori creativi di Paola, mamma di una splendida bimba, che, come abbiamo visto nel precedente articolo, ama realizzare giochi per bambini con materiali di recupero, i cosiddetti “riciclattoli”. Accostando semplicità e design moderno, Paola ci insegna a creare giochi fantasiosi e divertenti dando nuova vita a quello che potrebbe diventare spazzatura….e, cosa ancora più interessante, i suoi riciclattoli sono davvero alla portata di qualsiasi mamma !

Oggi ci mostra come realizzare un gioco con triplice funzione: casetta delle bambole, negozio, teatrino

Occorrente:

  1. Uno scatolone di cartone
  2. avanzi di carta adesiva, di buste di carta e confezioni cartonate di varie fantasie e colori
  3. forbici
  4. colla
  5. Tanta FANTASIA!

Procedimento:

Smontare lo scatolone eliminandone un lato, aprire sui lati delle finestre: una con le grate passanti e l’altra con le ante apribili. I bimbi amano affacciarsi, curiosare, passare oggetti da una parte alla’altra!

Sul lato centrale aprire un arco e lasciare uno sportello attaccato al lato inferiore. Sarà all’occorrenza ripiano per la merce del negozio, palcoscenico del teatrino, vialetto d’ingresso della casa/ponte levatoio di un castello

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Rivestire poi gli interno con la carta adesiva; quella finto legno risulta perfetta per il palcoscenico e le ante della finestra.

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Con i ritagli di buste o confezioni cartonate si può decorare l’esterno a proprio piacimento. Ma solo dopo aver rivestito tutta la superficie con dei fogli colorati opportunamente sagomati: rossi a forma di tegole per il tetto, verdi per il basamento,  rosa per le pareti.

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Ed ecco il lavoro finito: da un lato è un simpatico bar per prendere un caffè, bibita o dolcetti; il lato interno è attrezzato con cassa e bilancia. Il lato esterno al centro è un fornito negozio di ortaggi e frutta.

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Ma non finisce qui: si cambia gioco e la scatola diventa una romantica casetta delle bambole. Oppure se la rivoltiamo come un calzino, l’esterno si trasforma in un castello delle fate o in bosco incantato degli elfi e degli unioni….Insomma il gioco è infinito!

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Grazie Paola per la tua genialità!!

Mamme ora non vi resta che ritagliarvi un po’ di tempo, approfittando delle feste pasquali,  e mettervi all’opera magari facendovi aiutare dai vostri bimbi!

Buon divertimento!

 

Come crescere il tuo “cucciolo” d’uomo per infondergli sicurezza. Segnali d’affetto….

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Care mamme, sapete qual’è la differenza tra le cure materne nell’uomo e il modo in cui vengono attuate nelle altre specie animali?

Le cure materne e paterne, nella specie umana, si sono evolute per far sì che la madre, una volta messo al mondo un bambino, si prenda cura dei suoi bisogni dato che alla nascita non ha modo di essere autonomo. Il piccolo umano ha infatti bisogno di essere protetto dai pericoli esterni, di essere nutrito, pulito, scaldato, e questo per un lungo periodo della sua vita, soprattutto nei primi tre anni di vita.
In questo periodo è la madre che fa tutto questo per lui: non vive più per se stessa, ma diventa il suo corpo vicario, pronta a intervenire ai suoi richiami e a difenderlo.
Madri e figli sono tenuti insieme da un flusso di segnali affettivi: il tono della voce della mamma, lo sguardo, il tono muscolare quando lo tiene in braccio, il lento movimento, il contatto fisico, rassicurano costantemente il bambino che tutto va bene.
Provate a ricordare: vi è mai capitato che il bambino è calmo e tranquillo con voi, e appena lo date in braccio ad un’altra persona inizia a piangere?
Il piccolo uomo è sensibilissimo: se è in braccio ad una persona calma e rilassata, che lo abbraccia e magari lo culla dolcemente, comprende che va tutto bene; se invece è in braccio ad una persona che, per un motivo o per un altro, è tesa, rigida, si muove a scatti, oppure ha un tono di voce brusco, il bambino si spaventa: percepisce che può esserci qualche pericolo nell’ambiente.
Il bambino non ha infatti coscienza di dove si trova e se corre pericolo, ma guarda e sente la mamma per poterlo capire. Se la mamma è tranquilla, lui è tranquillo, se la mamma è ansiosa, lui è ansioso. Spesso, è fin da qui che ha origine la cosiddetta iperattività: sono bambini agitati che non hanno potuto concedersi di rilassarsi perché non lo era la madre, che magari aveva dovuto lottare da sola contro mille difficoltà.
La mamma, infatti, in questo periodo, ha bisogno di un grande sostegno, ed è una importante capacità quella di saperlo richiedere. Il sostegno può arrivare dal marito, in primis, ma anche dai genitori, dagli amici, da coloro le sono vicini e che, anche quando non sono in grado di tenere il bambino, possono però dare una mano a fare la spesa, cucinare, fare le pulizie.
Il piccolo, appena nato, è istintivamente portato ad avere paura se lasciato solo. Da un punto di vista evoluzionistico, questa paura è giustificata, perché è legata al pericolo della predazione: il bambino, come cucciolo di uomo, può essere la preda preferita di molte specie animali. Bastano pochi secondi perché una tigre lo possa catturare. Per questo, il flusso di segnali con la mamma deve essere quasi costante nei primi mesi, nel senso che si possa assicurare, con lo sguardo o con un segnale affettuoso di presenza, che non ci siano pericoli nell’ambiente. Questo accade con la mamma, o con altre due o tre persone di riferimento, di solito il papà e i nonni.
Se il bambino è lasciato solo, dopo poco scoppierà in un pianto disperato: la paura della predazione prende il sopravvento. Ovviamente sappiamo che non c’è nessuna tigre in salotto, ma lui non può saperlo e istintivamente reagisce in questo modo. Il pianto del bambino piccolo non va sottovalutato; istintivamente, infatti, la madre accorre e lo consola. Non c’è il rischio di viziarlo in questo: il bambino sperimenta qualcosa di simile ad un attacco di panico, e purtroppo dei bambini che sono stati frequentemente trascurati da piccoli crescono con un senso di paura e di dipendenza di cui difficilmente si libereranno.
Il piccolo d’uomo quando è al sicuro si interessa all’ambiente, gioca, esplora, e impara nuove cose; quando invece teme che ci sia una minaccia, allora smette di giocare e di esplorare, e corre dalla madre se può, e se non può piange per richiamare la sua attenzione. E’ fondamentale che la madre accorra: in questo modo, il bambino acquisisce nel tempo un senso di sicurezza, sente che è amato, protetto, che non è solo, e che se esprime un bisogno c’è qualcuno che lo ascolta.
Questo lo porta, se sperimentato nei primi tre anni di vita, a sviluppare un senso di sicurezza in se stesso, e la fiducia di potersi allontanare, che sono le basi per una piena futura autonomia.
Se invece il bambino sente che davanti ad un (presunto) pericolo viene soccorso una volta si e una no, se riceve sguardi ostili e punizioni invece di una rassicurazione, o se i suoi bisogni vengono ignorati o fraintesi, allora crescerà pauroso e dipendente: avrà appreso che è meglio non allontanarsi dalla mamma, perché il pericolo è in agguato e in lui restano paure non placate. Potrà affrontare la vita in modo pauroso e con la sensazione di non farcela da solo, e potrebbe restare per molti anni legato e dipendente.
Per quanto questo sia un comportamento diffuso, soprattutto in passato, picchiare un bambino è come terrorizzarlo. L’uomo è l’unico mammifero al mondo che eserciti violenza sui propri piccoli: non vedrete mai una scimmia picchiare il proprio cucciolo, ma anzi, la mamma sarà pronta ad aggredire chiunque provi a separarlo da lei. Nelle scimmie, il piccolo per i primi anni cresce attaccato al pelo della mamma, che lo porta sempre con sé. Anche negli umani era così, ma nei millenni la specie umana ha adottato la postura eretta, ed ha smesso di portare addosso il proprio piccolo, sacrificando il legame affettivo con una maggiore efficienza lavorativa.
Per questo non bisogna temere di tenerlo “troppo” in braccio: non esiste un troppo, per i primi anni, e dopo sarà lui stesso a non volerci più stare. I suoi interessi lo porteranno ad esplorare il mondo, piuttosto che a stare sempre attaccato alla mamma.

I bisogni del piccolo li abbiamo detti, e possono essere riassunti nel sentirsi amati; tuttavia accade spesso che nel curare i propri piccoli molte mamme si sentano inadeguate o in difficoltà. Ecco perchè nella specie umana è importante che vengano considerati anche i bisogni di una mamma. Ricevere sostegno, riuscire a dormire il più possibile, magari sfruttando le ore in cui dorme il bambino, farsi aiutare dai familiari e dai parenti nella gestione della casa, lasciando che le pulizie e le altre cose non siano una priorità: non è possibile badare al bambino, fare le pulizie e la spesa, cucinare, e tenere tutto in ordine, nei primi mesi di vita del piccolo. Non ce la si fa, perché stare dietro al bambino e allattare è troppo stancante; a volte i papà, che la mattina escono per andare al lavoro, questo non riescono a comprenderlo e la loro stanchezza, visto che hanno avuto la possibilità di stare fuori casa e impegnarsi in altre attività, non è mai la stessa della mamma che è stata tutto il giorno alle prese con il figlio, magari senza riuscire neanche a farsi una doccia…

Dunque per crescere il proprio piccolo è importante sentire di avere il diritto di chiedere aiuto, coinvolgere i papà, ed eventualmente i nonni e…naturalmente farsi guidare dal proprio istinto materno, così qualsiasi piccolo errore può essere superato e si può instaurare una relazione gioiosa e di amore con il proprio figlio.

Dott.ssa Rossana Pierri
Psicologa e psicoterapeuta, socia APDP
Centro“Il terapeuta consapevole”Napoli

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