Auguriamo una Pasqua di speranza alle mamme meno fortunate


Fonte immagine: http://italia-24news.it

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Per questa Pasqua vorrei volgere un pensiero di solidarietà a quelle mamme meno fortunate di noi, madri che non possono vivere una vita normale, nelle loro case, coi loro bimbi, i loro compagni, i loro cari ma sono costrette, e le motivazioni non sta a noi giudicarle, a trascorrere occasioni come quelle delle festività, in cui dovrebbe essere avvertito il senso di famiglia, nello squallore di quattro mura. Mi riferisco alle madri detenute, in special modo a quelle con figli piccoli.

Per chi non conoscesse le leggi che regolano la detenzione femminile, le detenute con prole al seguito, riferisce la Dr.ssa Loredana Cafaro, sociologa presso l’Asl di Caserta, sono ospitate in sezioni idonee per i bambini fino a tre anni. I dati dell’Istat evidenziano che (al 31 dicembre 2011) sono 50 e hanno quasi tutte un solo figlio con sé: la concentrazione maggiore si osserva a Milano e a Roma, dove ci sono rispettivamente 11 e 10 detenute con figli.Negli istituti vi sono 53 bambini con età inferiore ai 3 anni e il numero degli asili nido funzionanti è 17.
I numeri, però, sostiene la Dr.ssa Cafaro, non andrebbero considerati riduttivamente, rapportati esclusivamente alla presenza totale dei maschi detenuti; infatti, la ricaduta sociale della suddetta percentuale, è molto più ampia se pensiamo alle conseguenze che può avere su una famiglia l’incarcerazione di una madre (figli rimasti ‘fuori’, affidati alla famiglia allargata, quando è presente, oppure in istituto). Sarebbe invece importante, prosegue la Dr.ssa Cafaro, elaborare strategie di intervento, quantomeno per affrontare consapevolmente le ricadute sociali enormi che comporta la detenzione delle donne e intervenire, per quanto possibile, adottando buone prassi ed obiettivi di recupero anche con l’ausilio della mediazione culturale.
Per la crescita equilibrata del bambino, in stato di libertà così come in stato di restrizione, risulta essenziale lo stretto contatto tra la mamma e il figlio piccolo, tenendo conto degli effetti che il contesto ambientale può provocare. Il rapporto non è infatti solo duale, madre-figlio, ma si compone necessariamente di un terzo elemento altrettanto importante, l’ambiente. La relazione deve così essere prospettata in questi termini: madre-figlio ambiente. Se il rapporto affettivo e simbiotico con la madre (che dovrebbe rappresentare un fattore di crescita armoniosa del bambino) si sviluppa in un luogo chiuso, delimitato negli spazi da chiavistelli e sbarre, riporta costantemente la donna a considerarsi inadeguata come madre e colloca il figlio in un contesto impregnato dall’assenza di autorevolezza della figura genitoriale materna e con un futuro di probabile emarginazione.

La detenzione dei bambini in carcere costituisce un grave problema, in quanto la prigionia dei bambini entro la struttura carceraria insieme alla madre non solo non salvaguarda il rapporto madre-bambino, compromesso dalle restrizioni proprie dell’istituto punitivo, ma lede anche il principio fondamentale della personalità della pena: il diritto del bambino di crescere in libertà e di venir accudito dalla madre, ma senza che gli venga inflitta una qualsiasi pena. Invece, numerosi bambini trascorrono i primi 3 anni di vita dietro le sbarre, in spazi fatiscenti, sovraffollati e malsani. Alcuni sono nati in prigione, altri sono stati portati dietro le sbarre per non essere tenuti lontani dalle madri. Il giorno del loro terzo compleanno sono poi costretti al distacco dalla madre: vengono affidati a parenti, a volte ai padri ma spesso ai nonni (molte detenute hanno compagni o mariti a loro volta in carcere), oppure messi in istituti. Il carcere e la separazione li segnano per sempre.
Le conseguenze della detenzione sono estremamente traumatiche: attaccamento morboso alla madre, mancanza di stimoli, difficoltà ad apprendere a parlare e a camminare sono solo i disagi più evidenti manifestati dai piccoli detenuti nelle carceri nazionali.
Fortunatamente, grazie al lavoro dei volontari, molti minori costretti alla reclusione possono uscire regolarmente dalle celle dove soggiornano e conoscere il mondo esterno, nella maggioranza dei casi completamente sconosciuto o dimenticato.

La promulgazione di due leggi, la n.40 del 2001 e la n.62 del 2011, per la salvaguardia dei diritti dei figli delle detenute ha segnato un cambiamento nella concezione stessa della pena: l’esecuzione penale non può prevalere sui diritti del minore, ed è necessario che la madre condannata possa espiare la propria colpa garantendo al tempo stesso il benessere del figlio. Pertanto, continua la Dr.ssa Cafaro, ci troviamo di fronte ad una duplice problematica, proveniente dalla medesima domanda: è possibile attuare forme punitive differenti rispetto all’inserimento entro strutture penitenziarie per le donne incinte o con figli di minore età?
Fino a oggi, l’unico spazio in Italia creato apposta per permettere alle madri con figli piccoli di scontare la pena fuori dall’ambiente angusto del carcere è l’Icam, l’Istituto a custodia attenuata di Milano. A causa dei tagli degli ultimi governi sarà difficile che nascano presto strutture simili.

Dunque la risoluzione tarda ad arrivare ma come mamme non possiamo smettere di sperare e di augurare a queste madri più sfortunate e ai loro figli un futuro migliore!

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