Come crescere il tuo “cucciolo” d’uomo per infondergli sicurezza. Segnali d’affetto….


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Care mamme, sapete qual’è la differenza tra le cure materne nell’uomo e il modo in cui vengono attuate nelle altre specie animali?

Le cure materne e paterne, nella specie umana, si sono evolute per far sì che la madre, una volta messo al mondo un bambino, si prenda cura dei suoi bisogni dato che alla nascita non ha modo di essere autonomo. Il piccolo umano ha infatti bisogno di essere protetto dai pericoli esterni, di essere nutrito, pulito, scaldato, e questo per un lungo periodo della sua vita, soprattutto nei primi tre anni di vita.
In questo periodo è la madre che fa tutto questo per lui: non vive più per se stessa, ma diventa il suo corpo vicario, pronta a intervenire ai suoi richiami e a difenderlo.
Madri e figli sono tenuti insieme da un flusso di segnali affettivi: il tono della voce della mamma, lo sguardo, il tono muscolare quando lo tiene in braccio, il lento movimento, il contatto fisico, rassicurano costantemente il bambino che tutto va bene.
Provate a ricordare: vi è mai capitato che il bambino è calmo e tranquillo con voi, e appena lo date in braccio ad un’altra persona inizia a piangere?
Il piccolo uomo è sensibilissimo: se è in braccio ad una persona calma e rilassata, che lo abbraccia e magari lo culla dolcemente, comprende che va tutto bene; se invece è in braccio ad una persona che, per un motivo o per un altro, è tesa, rigida, si muove a scatti, oppure ha un tono di voce brusco, il bambino si spaventa: percepisce che può esserci qualche pericolo nell’ambiente.
Il bambino non ha infatti coscienza di dove si trova e se corre pericolo, ma guarda e sente la mamma per poterlo capire. Se la mamma è tranquilla, lui è tranquillo, se la mamma è ansiosa, lui è ansioso. Spesso, è fin da qui che ha origine la cosiddetta iperattività: sono bambini agitati che non hanno potuto concedersi di rilassarsi perché non lo era la madre, che magari aveva dovuto lottare da sola contro mille difficoltà.
La mamma, infatti, in questo periodo, ha bisogno di un grande sostegno, ed è una importante capacità quella di saperlo richiedere. Il sostegno può arrivare dal marito, in primis, ma anche dai genitori, dagli amici, da coloro le sono vicini e che, anche quando non sono in grado di tenere il bambino, possono però dare una mano a fare la spesa, cucinare, fare le pulizie.
Il piccolo, appena nato, è istintivamente portato ad avere paura se lasciato solo. Da un punto di vista evoluzionistico, questa paura è giustificata, perché è legata al pericolo della predazione: il bambino, come cucciolo di uomo, può essere la preda preferita di molte specie animali. Bastano pochi secondi perché una tigre lo possa catturare. Per questo, il flusso di segnali con la mamma deve essere quasi costante nei primi mesi, nel senso che si possa assicurare, con lo sguardo o con un segnale affettuoso di presenza, che non ci siano pericoli nell’ambiente. Questo accade con la mamma, o con altre due o tre persone di riferimento, di solito il papà e i nonni.
Se il bambino è lasciato solo, dopo poco scoppierà in un pianto disperato: la paura della predazione prende il sopravvento. Ovviamente sappiamo che non c’è nessuna tigre in salotto, ma lui non può saperlo e istintivamente reagisce in questo modo. Il pianto del bambino piccolo non va sottovalutato; istintivamente, infatti, la madre accorre e lo consola. Non c’è il rischio di viziarlo in questo: il bambino sperimenta qualcosa di simile ad un attacco di panico, e purtroppo dei bambini che sono stati frequentemente trascurati da piccoli crescono con un senso di paura e di dipendenza di cui difficilmente si libereranno.
Il piccolo d’uomo quando è al sicuro si interessa all’ambiente, gioca, esplora, e impara nuove cose; quando invece teme che ci sia una minaccia, allora smette di giocare e di esplorare, e corre dalla madre se può, e se non può piange per richiamare la sua attenzione. E’ fondamentale che la madre accorra: in questo modo, il bambino acquisisce nel tempo un senso di sicurezza, sente che è amato, protetto, che non è solo, e che se esprime un bisogno c’è qualcuno che lo ascolta.
Questo lo porta, se sperimentato nei primi tre anni di vita, a sviluppare un senso di sicurezza in se stesso, e la fiducia di potersi allontanare, che sono le basi per una piena futura autonomia.
Se invece il bambino sente che davanti ad un (presunto) pericolo viene soccorso una volta si e una no, se riceve sguardi ostili e punizioni invece di una rassicurazione, o se i suoi bisogni vengono ignorati o fraintesi, allora crescerà pauroso e dipendente: avrà appreso che è meglio non allontanarsi dalla mamma, perché il pericolo è in agguato e in lui restano paure non placate. Potrà affrontare la vita in modo pauroso e con la sensazione di non farcela da solo, e potrebbe restare per molti anni legato e dipendente.
Per quanto questo sia un comportamento diffuso, soprattutto in passato, picchiare un bambino è come terrorizzarlo. L’uomo è l’unico mammifero al mondo che eserciti violenza sui propri piccoli: non vedrete mai una scimmia picchiare il proprio cucciolo, ma anzi, la mamma sarà pronta ad aggredire chiunque provi a separarlo da lei. Nelle scimmie, il piccolo per i primi anni cresce attaccato al pelo della mamma, che lo porta sempre con sé. Anche negli umani era così, ma nei millenni la specie umana ha adottato la postura eretta, ed ha smesso di portare addosso il proprio piccolo, sacrificando il legame affettivo con una maggiore efficienza lavorativa.
Per questo non bisogna temere di tenerlo “troppo” in braccio: non esiste un troppo, per i primi anni, e dopo sarà lui stesso a non volerci più stare. I suoi interessi lo porteranno ad esplorare il mondo, piuttosto che a stare sempre attaccato alla mamma.

I bisogni del piccolo li abbiamo detti, e possono essere riassunti nel sentirsi amati; tuttavia accade spesso che nel curare i propri piccoli molte mamme si sentano inadeguate o in difficoltà. Ecco perchè nella specie umana è importante che vengano considerati anche i bisogni di una mamma. Ricevere sostegno, riuscire a dormire il più possibile, magari sfruttando le ore in cui dorme il bambino, farsi aiutare dai familiari e dai parenti nella gestione della casa, lasciando che le pulizie e le altre cose non siano una priorità: non è possibile badare al bambino, fare le pulizie e la spesa, cucinare, e tenere tutto in ordine, nei primi mesi di vita del piccolo. Non ce la si fa, perché stare dietro al bambino e allattare è troppo stancante; a volte i papà, che la mattina escono per andare al lavoro, questo non riescono a comprenderlo e la loro stanchezza, visto che hanno avuto la possibilità di stare fuori casa e impegnarsi in altre attività, non è mai la stessa della mamma che è stata tutto il giorno alle prese con il figlio, magari senza riuscire neanche a farsi una doccia…

Dunque per crescere il proprio piccolo è importante sentire di avere il diritto di chiedere aiuto, coinvolgere i papà, ed eventualmente i nonni e…naturalmente farsi guidare dal proprio istinto materno, così qualsiasi piccolo errore può essere superato e si può instaurare una relazione gioiosa e di amore con il proprio figlio.

Dott.ssa Rossana Pierri
Psicologa e psicoterapeuta, socia APDP
Centro“Il terapeuta consapevole”Napoli

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